Il ritorno – Joseph Conrad

Londra, una sera di fine Ottocento. Il borghese e conformista Alan Hervey rientra nella sua bella casa vittoriana. Lo attende lo scandalo: sua moglie se n’è andata, intende lasciarlo e l’imminente separazione farà scoppiare la bolla delle apparenze. Hervey ne è sconvolto.

C’è bisogno di capire meglio in che stato era la vita di questa coppia… L’autore chiarisce ogni dubbio:

[…] Alan Hervey e sua moglie erano vissuti fianco a fianco per cinque prosperi anni. Col tempo avevano imparato a conoscersi abbastanza bene per quanto riguardava tutti gli aspetti oratici della vita – ma non erano capaci di una vera intimità più di quanto non lo fossero due animali che si nutrono alla stessa mangiatoia, sotto lo stesso tetto, in una stalla di lusso.

Il ritorno

Il simbolo oltre il reale. Benedetta Bini, curatrice dell’edizione Marsilio che abbiamo letto, ci spiega che parte dell’incredibile modernità e forza di questo testo sta nel fatto che Conrad va ben oltre il racconto realista: la voce del narratore cambia registro e si occulta, avventurandosi nell’abisso della psiche, sempre più frantumata, del protagonista.

La moglie, si allontana da casa dopo aver lasciato un laconico biglietto al marito, ma ritorna sui suoi passi poco dopo l’arrivo di Hervey – di qui il titolo del racconto – e il confronto fra i due ha quindi inizio:

Vide il braccio della donna sollevarsi in un gesto ampio e preciso – e si fermò di colpo. Lei aveva alzato la veletta – e fu come se avesse sollevato la visiera di un’armatura.

Nell’atroce e visionaria parte finale del testo la donna senza nome non fa più parte del reale, diventa simbolo: è l’enigma della femminilità, quel mistero che Hervey cerca disperatamente di risolvere.

Un racconto espressionista. Il testo è fortemente connotato da luci, suoni e colori simbolici, come ad esempio il rosso che infiamma la terza parte del racconto. Il dramma si svolge in un’atmosfera crepuscolare e poi notturna, in cui la realtà viene deformata e il mondo interiore del protagonista vi si riversa dentro con violenza.

Occorre cautela nel paragonare linguaggi artistici diversi, tuttavia visualizzare il testo de Il ritorno porta a immaginare scene che potrebbero essere state girate da Weine o da Murnau oppure dipinte da Munch.

Qualche esempio? Ecco cosa prova il protagonista quando, dopo aver letto il biglietto, avverte che qualcuno sta per entrare nella stanza:

La maniglia della porta cigolò piano. Gli parve di vedere le pareti spalancarsi e i mobili ondeggiare; per un istante il soffitto si inclinò in modo strano e un grosso armadio fu sul punto di ribaltarsi. Cercò di aggrapparsi a qualcosa: era lo schienale di una sedia. Così aveva barcollato contro una sedia! Oh. Dannazione! Strinse forte la presa.

O ancora, una cameriera sale le scale verso mezzanotte, Hervey la precede, ma non vuole incrociarla, per cui si apparta e osserva il passaggio della donna e della sua ombra notturna:

La vide salire lentamente, come se stesse emergendo da un pozzo. A ogni scalino la debole fiamma della candela oscillava davanti a quel giovane volto stanco; l’oscurità del vestibolo in basso pareva aderire all’abito nero, e la seguiva sollevandosi come una marea silenziosa, quasi che la grande notte del mondo avesse fatto irruzione attraverso il riserbo discreto delle pareti, delle porte chiuse, di tendaggi e finestre. Quell’oscurità risaliva i gradini, aggrediva le pareti come un’onda infuriata, inondava i cieli azzurri, le sabbie gialle, i paesaggi illuminati dal sole, il pathos gentile dell’innocenza cenciosa e della umile fame. […] L’oscurità si faceva più vicina. Il grappolo di luci si spense. La cameriera continuava a salire di fronte a lui. Dietro, l’ombra di una donna gigantesca danzava leggera sulla parete. Lui trattenne il respiro mentre lei passava, silenziosa, con gli occhi gonfi. Seguendo i passi di lei l’onda fluttuante di un mare di tenebra riempì la casa, sembrò avvolgergli le caviglie e, risalendo incontrollabile, gli si richiuse silenziosa sopra la testa.

L’epilogo è forse la parte più straordinaria del racconto… che ovviamente lascio scoprire a voi.

Words: Berenice Dentis